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L'analfabetismo funzionale in Italia è diffusissimo, ma attenzione se pensi che non ti riguardi: esiste quello di ritorno. Occorre avere sane abitudini, mantenere il cervello in attività e usare quello che io chiamo "approccio basato sul dubbio". Leggi il post per approfondire il tema.

Mi soffermo brevemente su due definizioni per rendere comprensibile il contenuto di questo post. Il particolare ritengo sia utile chiarire la differenza tra analfabetismo strutturale e analfabetismo funzionale.

Volendo ricorrere alle definizioni ufficiali, l'UNESCO definisce l'analfabetismo strutturale come la condizione di chi "non sa leggere né scrivere, capendolo, un brano semplice in rapporto con la sua vita giornaliera". In genere è considerato analfabeta strutturale chi manca delle abilità di lettura, scrittura e capacità di calcolo.

L'analfabetismo funzionale è invece "la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità".
Un analfabeta funzionale non riesce a comprendere adeguatamente testi comuni come corrispondenza bancaria, bollette, foglietti illustrativi di farmaci, mappe stradali, articoli giornalistici, libretti di istruzioni e molto altro abbia a che fare con la vita quotidiana. Ha inoltre difficoltà ad eseguire banali calcoli matematici, possiede scarse competenze nell'utilizzo di semplici strumenti informatici (rete internet, fogli di calcolo, applicativi di videoscrittura, sistemi operativi), ha scarso senso critico, non distingue le fonti di informazione attendibili da quelle non attendibili ed ha scarsa conoscenza dei fenomeni di attualità politica, sociale ed economica.

Chiarito l'ambito delle due definizioni occorre precisare che

analfabeti funzionali non (solo) si nasce,
ma si diventa

Si tratta infatti del cosiddetto "analfabetismo di ritorno", un fenomeno di retrocessione dovuto alla mancata sollecitazione per lungo tempo delle facoltà dell'intelletto acquisite precedentemente, che solitamente si ottiene attraverso la lettura, l'informazione, la creatività e lo sviluppo di pensieri critici autonomi.

Analfabetismo funzionale e società

L'analfabetismo funzionale è un serio problema delle comunità civilizzate perché potenzialmente in grado di determinarne l'involuzione e dunque il regresso in ogni ambito.

Il principale nodo sul quale il tema dell'analfabetismo funzionale appare davvero preoccupante è l'incapacità del soggetto di discernere ciò che è vero o giusto da ciò che è falso o sbagliato.

Chiunque abbia doti di intelletto e dialettica è in grado di indurre un analfabeta funzionale a credere in possibilità, accadimenti, ideali del tutto falsi o basati su presupposti errati costringendo l'individuo al minimo sforzo intellettivo e ad accettare passivamente una condizione o una proposta.

Esempi di questo fenomeno sono il dilagare di notizie false, di fenomeni di populismo, la diffusione di idee e stili di vita e di pensiero palesemente malsani come il razzismo, la corruzione e la delinquenza (per ottenere, anche nelle piccole cose, il massimo con il minimo sforzo) l'uso della violenza fisica e verbale, l'abuso di potere in ogni ambito, il delegare ad altri decisioni e questioni personali.

L’Italia, da quanto ho approfondito, si posiziona piuttosto male quanto a diffusione del fenomeno dell'analfabetismo funzionale. E' quanto è emerso dalle ultime rilevazioni di ISFOL per il PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), un Programma ideato dall’OCSE con l'obiettivo di analizzare le competenze detenute dagli adulti di ogni Paese. Se siete interessati ad approfondire vi inserisco qualche breve dettaglio prima di concludere, ma vi invito a scaricare e consultare il rapporto completo, ricco di dati e informazioni interessanti (link).

Il rapporto ISFOL sull'analfabetismo funzionale

L’inchiesta, che ripartirà per l'Italia nel 2020, permette di misurare le competenze della popolazione adulta attraverso questionari e test cognitivi. Lo scopo è rilevare la presenza/assenza di competenze ritenute indispensabili per partecipare attivamente alla vita sociale ed economica in due ambiti verificando:

Competenze linguistiche (literacy) – capacitá di capire e approcciare in modo appropriato i testi scritti;
Competenze matematiche (numeracy) – capacitá di utilizzare concetti numerici e matematici.

L'ultima rilevazione, i cui dati sono stati diffusi nel 2014, si è svolta tra settembre e marzo del 2012 e ha coinvolto 4.600 persone tra i 16 e i 65 anni.
Le competenze analizzate sono espresse nei test su scale divise in sei livelli che definiscono ciò che una persona è in grado di fare.
L’inchiesta approfondisce anche l’uso delle competenze sul lavoro e nel quotidiano, il livello di istruzione, il background linguistico e sociale, la partecipazione al mercato del lavoro e aspetti relativi al benessere personale.

Gli esiti dell'inchiesta hanno mostrato che il 40% circa degli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni si collocano per la maggior parte al livello 2 sia nei punteggi di literacy che di numeracy.
Il livello 3 o superiore è raggiunto dal 30% circa della popolazione in literacy e dal 29% in numeracy, mentre i più bassi livelli di performance (livello 1 o inferiore) vengono raggiunti dal 28% della popolazione in literacy e dal 32% in numeracy . In sostanza

il 70% della popolazione italiana si colloca al di sotto del livello 3,
il livello di competenze considerate necessarie
per interagire in modo efficace nella società del XXI secolo

Nel confronto internazionale gli altri Paesi partecipanti all’indagine che presentano più della metà della popolazione che si colloca al livello 2 o inferiore sono Spagna (67%), Francia (58%), Polonia (55%), Irlanda (55%), Cipro (54%), Austria (53%), Stati Uniti (52%) e Germania (52%).
Dal lato opposto, si collocano Paesi quali Giappone, Finlandia e Paesi Bassi che hanno la più alta percentuale di adulti che si colloca al livello 3 o superiore: rispettivamente 72%, 63% e 61%.

Il rapporto ISFOL nel descrivere questa parte dei risultati (e ponendo ai due antipodi il Giappone e l'Italia) spiega che un adulto medio italiano è capace di integrare gli elementi di informazione presenti in un documento sulla base di appositi criteri, fare confronti, ragionare su informazioni e fare inferenze di basso livello. E' capace inoltre di navigare in testi digitali e individuare le informazioni presenti.
Diversamente un adulto medio del Giappone è capace di comprendere testi lunghi o densi di informazioni, è in grado di comprendere testi e strutture retoriche e di identificare, interpretare o valutare uno o più pezzi di informazioni e di fare inferenze appropriate. È anche in grado di eseguire operazioni in più fasi e di selezionare le informazioni corrette presenti in testi contenenti informazioni contraddittorie.

Le differenze di genere

In Italia, come nei Paesi OCSE, gli uomini mostrano un significativo vantaggio nelle competenze di numeracy. Il punteggio medio degli uomini supera di circa 10 punti quello delle donne e tale differenza è molto vicina (e anche inferiore) alla media OCSE che è di circa 11 punti.

Nella literacy invece non esistono significative differenze nelle performance ottenute tra uomini e donne. Per citare il rapporto ISFOL "le giovanissime italiane mostrano di aver recuperato familiarità ed esperienza nell’apprendimento e nelle prestazioni di competenze di tipo numerico/matematico e risultano più brave dei ragazzi nelle prove di literacy". Inoltre "le donne disoccupate registrano un punteggio di literacy più elevato (in misura sensibile) rispetto ai maschi disoccupati. Lo stesso trend si registra per i punteggi di numeracy". Inoltre "se si analizzano i dati in termini aggregati, si evidenziano elementi interessanti. In primo luogo le donne disoccupate hanno un punteggio medio di literacy e numeracy pari a quello dell’intera popolazione femminile italiana, mentre tra i disoccupati maschi vi è una caduta di circa 15 punti in literacy e 13 in numeracy rispetto al livello medio della popolazione maschile. ".

In un paese come l’Italia, che presenta tassi di occupazione femminile ancora molto bassi, questi risultati sottolineano l’importanza di incoraggiare il lavoro delle donne, portatrici di un patrimonio di competenze largamente sottoutilizzato e in grado di fornire rilevanti contributi allo sviluppo economico del Paese.

Il rapporto, di fatto, ha confermato che i processi selettivi del mercato del lavoro in Italia sono più severi per il genere femminile, a conferma dei noti processi di discriminazione di genere nell’accesso e nel mantenimento di una occupazione.
Nello stesso tempo i dati mostrano che vi è un potenziale significativo di capitale umano femminile che meriterebbe di essere meglio valorizzato sul piano professionale, visto che il livello di competenze delle donne in cerca di occupazione è molto simile a quello delle donne occupate. Viceversa, tra i maschi gli inoccupati hanno livelli di competenza ben al di sotto di quelli dei maschi occupati.

Il livello di istruzione

L’indagine confronta le competenze linguistiche e matematiche degli adulti anche in base ai livelli di istruzione, contribuendo in questo modo a fornire una valutazione del contributo del sistema scolastico e universitario alla formazione delle competenze stesse.

Il dato più preoccupante per l’Italia riguarda il livello medio di competenze dei suoi laureati nel confronto internazionale: in media le competenze linguistiche dei laureati italiani sono uguali o inferiori a quelle degli adulti con un diploma di scuola media superiore nei paesi a più alti livelli di competenza quali Australia, Giappone, Finlandia e Paesi Bassi.

Conclusioni e suggerimenti

I livelli relativamente bassi di competenza riscontrati in Italia rispetto agli altri paesi partecipanti riflettono in parte le basse competenze (sia linguistiche che matematiche) della popolazione più anziana nella fascia di età 55-65 anni. Le fasce più giovani della popolazione ottengono infatti migliori risultati e ciò conferma il significativo miglioramento ottenuto nel tempo attraverso l’investimento in capitale umano in Italia. Resta tuttavia ancora molta strada da fare: infatti anche i risultati dei giovani italiani sono ampiamente al sotto di quanto osservato per le stesse fasce d’età nella maggioranza dei paesi partecipanti all’inchiesta.

Un motivo per cui le competenze linguistiche e matematiche tra gli italiani sono poco sviluppate potrebbe essere ricercato in parte nel loro scarso esercizio/utilizzo.

Il rapporto ISFOL giustifica in parte il fenomeno, con riferimento ai lavoratori, col fatto che l’Italia ha una struttura produttiva ancora dominata da piccole-medie imprese che richiedono forza lavoro con competenze al livello di scuola media superiore e con specializzazioni tecniche. Tuttavia, la disponibilità crescente di adulti con qualifiche universitarie dovrebbe spingere le imprese verso processi produttivi “knowledge intensive” e verso l'innovazione, in modo da sfruttare al meglio le nuove competenze disponibili e necessarie e consentirne l'esercizio.

Sul piano individuale tuttavia ciascuno può regolare le proprie competenze semplicemente esercitandole attraverso:

  • la partecipazione attiva alla vita lavorativa e sociale;
  • la lettura;
  • lo studio individuale e l'aggiornamento;
  • l'informazione su ciò che accade "fuori" dalla propria zona di comfort;
  • il confronto attivo con gli altri.

In generale aiuta molto anche l'attitudine al problem solving e quello che io definisco "approccio basato sul dubbio". Farsi venire un dubbio, senza avere la presunzione di saperne abbastanza sull'argomento, aiuta ad approfondire, a colmare lacune e a sperimentare nuove possibili soluzioni.

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"Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale"

(Karl Barth)

"Non conosco una formula per il successo, ma col passare degli anni ho potuto notare che alcune capacità di leadership sono universali e spesso hanno a che fare con l'incoraggiare le persone a mettere a frutto il loro talento, il loro entusiasmo e la loro ispirazione per lavorare insieme"

(Regina Elisabetta II)

"Un ragionamento può essere sbagliato, un'emozione no".

(Anonimo)































Quante volte vi siete chiesti: meglio un eau de toilette, una colonia, un profumo? Su quali criteri basare la scelta? In questo post qualche suggerimento e il contributo di Valeria Marrone, cosmetologa.

Dagli Egizi a Chanel N.5 e alla profumeria moderna: brevi note

Non è
noto a quando risalga il primo impiego di essenze profumate da parte dell'uomo.
Quel che è certo è che oli e aromi essenziali hanno sempre giocato un ruolo
importante nelle pratiche religiose, nell'arte della seduzione, nella ricerca
del piacere personale. Hanno svolto funzioni di identificazione e di status per
quanti potevano permetterselo, ma non dimentichiamo anche l’utilizzo per scopi
medici (aromaterapia) o evocativi per stimolare un ricordo (ad esempio quello
di una persona cara).

Certamente
un esempio ben compiuto di prima arte profumiera è storicamente riconducibile agli
antichi Egizi (5.000 anni fa), che utilizzavano unguenti e pomate profumate su
base oleosa sia per scopi magico-sacrali (es. imbalsamazione dei defunti) che
seduttivi (in particolare le donne).

Nei
secoli tra i popoli del Mediterraneo si diffuse l’utilizzo di profumi sempre su
base oleosa e, soltanto molto tempo dopo, tra l’Ottocento e il Novecento,
vennero introdotte formulazioni a base alcolica con innumerevoli varietà di essenze.

Due
sono stati i popoli prolifici di maestri profumieri i cui segreti erano contesi
da regine e mercanti in tutta Europa: gli italiani e i francesi.

La profumeria moderna si fa risalire agli inizi del Novecento con la scoperta degli “aldeidi”, essenze sintetiche che prolungano la permanenza delle profumazioni,  ed in particolare al 1921, quando Ernest Beaux produsse il famosissimo Chanel N. 5. Con note di rosa e gelsomino fu il primo profumo, voluto da Coco Chanel, che diede il via alla produzione su vasta scala di profumi da parte delle case di abbigliamento.

Il profumo oggi racconta e declina la storia e il contenuto di un marchio, conferendo carattere e nel contempo consentendo la selezione dei segmenti target che si identificano con quello stile e/o con la storia stessa. Ma quante fragranze si possono ottenere? Quante possibili declinazioni? Come orientarsi per scegliere quella che fa per noi?

La composizione dei profumi

“I componenti di un profumo moderno sono l’alcool (o sostanze oleose) e sostanze odorose naturali o sintetiche che aggiungono fragranza al composto. Per la composizione di un profumo vengono utilizzati da 30 a 80 sostanze odorose, scelte fra circa 200 essenze naturali e quasi 2000 elementi sintetici”, ci spiega Valeria.

Una
domanda molto frequente è questa: qual è la differenza fra eau de cologne, eau
de toilette, eau de parfum ed estratto?

“La differenza si basa sulla diversa concentrazione in alcool della formula e sulla scelta delle materie prime che enfatizzano aspetti differenti della formula:

  • Le eau de cologne sono fragranze con
    bassa gradazione in alcool e ridotta concentrazione di profumo (3-5%). Sono
    fragranze leggere, poco persistenti, utilizzabili come frizioni su tutto il
    corpo o, nelle nuance maschili, come lozioni dopobarba.
  • Nelle eau de toilette la concentrazione di profumo è del
    12-15%. L’alcool è presente in gran quantità per cui l’evaporazione accentua l’impatto
    iniziale (note di testa) per lasciare spazio a una scia delicata e discreta.
  • Le eau de parfum hanno una concentrazione
    di profumo del 15-20%. E’ il cuore la parte più importante della formula, nella
    quale una nuance ben più robusta richiama la seduzione.
  • L’estratto è il prodotto in cui la
    concentrazione del profumo raggiunge il 25-30%. La scelta delle materie prime
    cade su legni, note gourmand,
    muschi, che conferiscono personalità e lunga persistenza”.

A questo punto non ci resta che capire come scegliere il
nostro profumo, che, a pensarci, è un po’ come un abito cucito addosso e la
ricerca di quello giusto non è poi così banale. Occorre prendersi il tempo di
testare e rimanere in profumeria il tempo necessario. Ma forse dinanzi ad un
dubbio e ad una spesa importante meglio spruzzarsi con un tester e tornare a
casa verificando se dopo 30-60 minuti la fragranza resta di nostro gusto.
Sfatiamo quindi il mito dell’acquisto di impulso. Un nuovo profumo non si
acquista di getto. Ora Valeria ci spiega perchè.

La piramide olfattiva e le famiglie olfattive: gli elementi su cui scegliere il tuo profumo

“I componenti che
formano un profumo si differenziano per il grado di evaporazione e per la
persistenza. Ed è su questi elementi, che si manifestano da pochi minuti a
qualche ora, che si gioca la scelta della fragranza che fa per noi.

Si distinguono in
particolare tre livelli della piramide olfattiva:

  • Le note di testa si
    percepiscono subito dopo l'applicazione del profumo sulla pelle ed hanno
    una leggera persistenza; svaniscono dopo pochi minuti. Le note di testa sono
    di impatto intense e, per questo motivo, è opportuno testare il profumo
    sulla pelle per un po’ per poter percepire anche le altre note.
  • Le note di cuore, più persistenti e percepibili allo
    svanire delle note di testa, costituiscono l’anima del profumo.
  • Le note di fondo rappresentano
    l'ultima scia del profumo e contengono elementi persistenti anche per
    alcuni giorni. Esprimono la personalità del profumo, determinando in
    pratica la fedeltà nell’uso perchè generano identificazione”.

Appresa
l’esistenza della piramide olfattiva avrete percepito che un profumo va
acquistato dopo aver “saggiato” le tre note sulla nostra pelle (attenzione
anche la pelle incide sugli effetti della profumazione, uno stesso profumo può
dare percezioni diverse su soggetti diversi).

Ma
quando siamo in profumeria occorre comunque avere le idee chiare: non potremo
mai testare tutti i profumi del negozio, pertanto dovremo individuare in
partenza almeno la famiglia olfattiva di nostro interesse e procedere
confrontando prodotti appartenenti alla stessa per scegliere la nostra
fragranza.

Ma cosa sono e quali sono le famiglie olfattive? Ce lo spiega ancora Valeria.

“La famiglia olfattiva è il tema della
fragranza che ricerchiamo, che identifica materie prime che appartengono alla
stessa categoria e producono profumazioni con caratteristiche similari.

Tra le famiglie olfattive (nuance) si
distinguono per le note di testa:

  • Aromatica (lavanda, timo, basilico, salvia, rosmarino);
  • Esperidata o agrumata (limone, bergamotto, arancia, mandarino).

Per le note di cuore:

  • Floreale (rosa, mughetto, fiore d’arancio, fresia, gelsomino, ylang-ylang, tuberosa);
  • Fruttata (pesca, albicocca, pera);
  • Marina (calone, hélional, floralozone);
  • Aldeidata (solo molecole sintetiche evocative di freschezza);
  • Verde (galbano, triplal);

Per le note di fondo:

  • Muschiata (habanolide, galaxolide, musk T);
  • Orientale (accordo composto da vaniglia, patchouli, cannella);
  • Boisè o legnosa (cedro, sandalo, vetiver, patchouli, muschio di quercia);
  • Chypre (accordo composto da bergamotto, rosa o gelsomino, zibetto, muschio di quercia, patchouli);
  • Fougere (accordo composto da lavanda, geranio, muschio di quercia, vetiver, cumarina);
  • Cipriata (cumarina, iris, eliotropio, fava tonka);
  • Speziata (cardamomo, pepe, cannella);
  • Ambrata (balsamo del Perù, del Tolù, copahu, ambra, benzoino);
  • Gourmand (caramello, caffè, cacao);
  • Cuoio (laudano, betulla)”.

Un
profumo può tuttavia accogliere in sé diverse quantità delle materie di base e
creare note profumate mixate. In
generale una fragranza piace, rispetto ad altre, se la propria personale
risposta olfattiva produce gli effetti attesi dalla ricerca di una nuova
essenza o induce la giusta risposta emotiva/evocativa.

Non resta che una domanda per Valeria: scelto il
nostro profumo, per quanto tempo possiamo conservarlo e in che modo?

La conservazione dei profumi

“I profumi possono essere conservati
per lungo tempo e possono durare fino a 5 anni, esistono però delle regole da
seguire. Affinchè un profumo duri è importante conservarlo lontano dal caldo,
dalla luce e dall’umidità. Per queste ragioni è sconsigliato tenerlo in bagno,
a meno che non sia conservato all’interno della sua scatola, e assicurarsi che
la boccetta sia sempre ben chiusa per evitare che l’alcool evapori”.

E adesso non resta che scegliere il nostro profumo!

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Le potenzialità della lettura sullo sviluppo cognitivo dei bambini sono ormai dimostrate da educatori, psicologi e ricercatori. Oggi ci sono libri per ogni età. Libri per familiarizzare con l'oggetto "libro", per iniziare a conoscere il mondo, sperimentare forme, colori, suoni e le prime parole. Poi le storie, le favole e contenuti che aprono alla scoperta delle emozioni e del sé. Un po' di approfondimenti e di suggerimenti in questo post.

Parliamo di:


-
I benefici della lettura
-
Quando iniziare con i libri e cosa proporre
-
Come motivare un bambino a leggere

 

I benefici della lettura

I benefici della lettura sono difficili da schematizzare e sintetizzare. Sono veri e validi per gli adulti ed ancor più per i bambini, che necessitano di giusti stimoli ed esperienze per crescere.

E' noto quanto la lettura aiuti a sviluppare creatività e capacità di memorizzazione. Leggere è il giusto mezzo per fornire supporto allo sviluppo del linguaggio e per l'arricchimento del vocabolario.

Ma c'è di più, i libri insegnano come vivere le circostanze della vita, a conoscere fatti, eventi possibili e, su questa strada, liberano la fantasia ed aiutano a compiere scelte. Il libro aiuta a sviluppare, conoscere e riconoscere la propria emotività, le emozioni e i valori della vita.
Ma quando ha senso iniziare a proporre un libro ad un bambino?

 

Quando iniziare con i libri e cosa proporre

Anche io con Riccardo ho avviato un percorso per aiutarlo a familiarizzare con i libri e spero di avere sempre tempo e pazienza per portarlo avanti.

Sembra che già a partire dai sei mesi di vita sia utile avviare il bambino all'approccio con i libri. All'inizio si tratterà di farlo familiarizzare con l'oggetto, con pagine che si sfogliano piene di colori ed immagini. In questa fase le parole non servono e possono essere utili i libri sensoriali in stoffa che producono rumori o suoni al tatto oppure libri elettronici che riproducono parole o versi di animali. Riccardo ne ha alcuni.

Il bambino inizia la sua esplorazione imparando il gesto di "sfogliare" le pagine per scoprire cosa c'è andando sempre oltre.
A Riccardo piacciono tantissimo dei piccoli libri cartonati della Sassi Editore srl, che si possono comprare sul sito dell'editore (www.sassijunior.com) oppure su Amazon (spesso in offerta). Appartengono ad una gamma di mini biblioteche a tema. Per il momento Riccardo si diletta con "La mia prima biblioteca - Leggo e imparo".

Ogni libro tratta un tema: le forme, i colori, la famiglia, i numeri, gli opposti, etc. Della stessa tipologia è possibile acquistare la serie su "I veicoli" e "I miei piccoli cuccioli". Questi piccoli libri sono carini, resistenti e maneggevoli per i più piccini. Pensate che Riccardo ne aveva uno in mano quando ha iniziato a reggersi in piedi da solo!

Riccardo ha anche iniziato ad interessarsi a libri un po' più "complicati", che ha ricevuto in regalo dai nostri cugini. Sono davvero belli: sfogliando le pagine riproducono i versi degli animali e li descrivono con immagini e simpatiche filastrocche.

Presto imparerà che il libro racconta una storia e si avvierà verso percorsi nei quali vorrà ascoltare il racconto, ci chiederà di leggere per lui e, successivamente, vorrà imparare a leggere da solo.

Io ho già iniziato a collezionare qualche bella storia, specialmente del mondo Disney, e talvolta provo già a leggerla a Riccardo.

Ci sono però tantissime storie meravigliose con le quali arricchirò la libreria di Riccardo. Ad esempio farò buona scorta delle collane Babalibri di Leo Lionni. Qualche titolo? Beh, per cominciare la storia di "Pezzettino", di "Federico", di "Guizzino" e poi "I colori delle emozioni", "Un pesce è un pesce" e "Un colore tutto mio".

Altre storie davvero simpatiche sono quelle di "Gruffalo", nato dalla penna fantastica di Julia Donaldson e disegnato da Axel Scheffler che quest'anno festeggia ben 20 anni. La bellezza di Gruffalo è tutta nella buffa presentazione di una morale grandiosa: essere piccoli e riuscire a farsi beffe delle proprie paure. Pazzesco, certe storielle dovremmo ripassarle per bene noi che ci spacciamo per "grandi".

Poi ci sono le storie di Bruno Munari, bellissimi ad esempio i tre "Cappuccetti" moderni (Giallo, Verde e Bianco) in contrapposizione alla fiaba classica di Cappuccetto Rosso.

Autori e possibili scelte nel mondo dei libri, delle fiabe, della fantasia tendono davvero all'infinito. Basta davvero volerlo e motivare correttamente i nostri piccoli, senza costrizioni. Ma come?

Come motivare un bambino a leggere

Nessuna cosa imposta viene fatta con piacere, ma soprattutto ciò che si fa con piacere è scelto in piena libertà. Dunque, carissimi mamme e papà, non possiamo chiedere ai nostri figli di leggere, ma possiamo mostrare loro la bellezza e i benefici della lettura, dando l'esempio e sperando che liberamente scelgano i libri per amici.
Per motivare i nostri piccoli dobbiamo esserci e mostrare loro il bellissimo percorso di scoperta che è la lettura. Possiamo fare alcuni esercizi, a beneficio dell'intera famiglia e dello stare insieme, adottando dei semplici accorgimenti:

  1. proponiamo al bambino un rituale della lettura da fare insieme, magari prima di andare a letto o durante una pausa dal gioco pomeridiano. Sarà importante il tempo trascorso insieme e l'instaurarsi di una piacevole abitudine che rende tutti più complici rinsaldando il rapporto;
  2. leggiamo a voce alta cercando di coinvolgere il bambino riproducendo i suoni della storia e modulando la voce perché sia più divertente;
  3. scegliamo storie interessanti e ricordiamoci di variarle il più possibile per stimolare interesse attraverso la curiosità e non annoiare;
  4. se il bambino è grandicello (direi dopo i tre anni), chiediamogli di raccontarci la storia letta insieme, di descrivere personaggi, provare a disegnarli, di cambiare il finale della storia o immaginare delle varianti che piacciono di più. In questo modo il bambino presterà più attenzione ai dettagli del racconto e aspetterà il momento del confronto per esprimere pareri ed opinioni;
  5. posizioniamo i libri in casa in modo che siano alla portata del bambino (magari anche con una piccola libreria in stile Montessori), in questo modo potrà accedervi senza costrizioni e venire incuriosito da una copertina, un titolo, dei colori o delle immagini e iniziare a sfogliare qualche pagina;
  6. chiediamo al bambino, di tanto in tanto, se ha difficoltà a capire o seguire i contenuti del libro. L'incomprensione, determinata da cali di attenzione o da testi non ancora adatti al bambino, può determinare avversione verso la lettura ed è bene prevenire questo rischio;
  7. se esiste un libro raccontato in un film o in un cartone animato proponetelo al bambino dopo la lettura del libro. Potrebbe essere un buon modo per visualizzare la storia, comprenderla, approfondirla e capire che i libri hanno vita.

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Parliamo di un tema forse noto, ma un po’ accantonato da tutti noi. In questo post le buone norme a tavola e qualche consiglio per le occasioni speciali.

La fretta
di apparecchiare e di rassettare dopo un pasto, la necessità di essere pratici,
specialmente in presenza di bambini e di gestire tempi e spazi disponibili non
ci fanno porre la giusta attenzione alla tavola.

Ma un po’ di regole esistono. Regole di buon gusto e di “etichetta”. Ripassiamole e, magari per gioco, insegnamole ai nostri bambini.

Apparecchiare la tavola

Per iniziare vediamo qual è il modo più corretto per apparecchiare la tavola. Parte di queste regole potremmo applicarle ogni giorno o magari usarle tutte nelle occasioni speciali.
Posizioniamo innanzitutto i piatti. Rispetto ad essi daremo un posto a tutto il resto. Piatto fondo e piatto piano, rispettivamente per la prima e la seconda portata, sono in linea con la seduta, che deve essere comoda e lasciare il giusto spazio tra un commensale e l’altro. Eventualmente possiamo, se il menù lo prevede, adagiare sul piatto piano un piatto per l’antipasto e aggiungere successivamente il piatto fondo.

Le posate vanno disposte lateralmente ai piatti secondo l’ordine di utilizzo (quindi, partendo dall’esterno, prima quelle per antipasto, poi per il primo, infine per il secondo). A sinistra dei piatti andranno le forchette (due o tre a seconda delle portate), a destra i coltelli con lama rivolta verso l'interno e infine il cucchiaio (estrema destra dopo i coltelli). Adiacenti al bordo superiore dei piatti si posizionano eventuali posate per frutta e/o dessert. E’ buona norma evitare di mettere a tavola posate superflue. Se non sono previste, ad esempio, portate che prevedono l’uso del cucchiaio, è bene non inserirlo.

In alto a destra rispetto ai piatti si posizionano i bicchieri: per il vino (sopra la punta dei coltelli) e per l’acqua (accanto al bicchiere del vino a sinistra). Se il menù prevede vino bianco e rosso si potranno inserire fino a tre bicchieri (due calici).

All'altezza dei bicchieri, ma sulla sinistra, si posiziona il piattino per il pane.

Per la posizione del tovagliolo non ci sono regole specifiche. Mi sentirei però di dire di seguire la regola dell’armonia della tavola e scegliere, in base agli spazi, al numero di posate e allo stile, la posizione più opportuna tra destra, sinistra e sul piatto. Eviterei di posizionarlo nel bicchiere e di far assumere al tovagliolo forme troppo particolari o strutturate.
E’ opportuno l’utilizzo di tovaglioli in stoffa (quelli usa e getta sono adatti a feste per bambini o ricevimenti all’aperto).

Se opportuno, e se le pietanze lo richiedono, è possibile inserire a centrotavola i servizi per sale, pepe, olio e aceto.

Ecco una rappresentazione.

Servire pane e bevande

Il pane va messo in tavola (affettato in apposito portapane poco prima del pasto) all’arrivo del secondo e ritirato prima di servire frutta e dolce.

Il vino bianco va servito freddo in bottiglia, eventualmente con il secchiello del ghiaccio.

Il vino rosso, specie se particolarmente invecchiato, va fatto ossigenare in un decanter per liberare la componente alcolica e il sapore almeno un’ora prima del pasto. Il decanter, che supporta la separazione dei sedimenti, è da evitare per i vini frizzanti (che altrimenti perderebbero le bollicine) e meno indicato per i vini giovani o poco corposi.

L'acqua va servita in
caraffa, evitando la presentazione in bottiglie di plastica.

Le buone norme comportamentali

Vediamo a
questo punto qualche buona norma comportamentale.

A tavola ci si siede sempre con le mani pulite, quindi è buona norma chiedere al padrone di casa di recarsi in bagno prima di cominciare il pasto.

Bisogna accomodarsi alla giusta distanza dal tavolo (non troppo vicini nè troppo lontani) tenendo la schiena dritta e le braccia lungo i fianchi. Soltanto le mani potranno poggiarsi sul tavolo e non i gomiti.

Durante il pasto non va mai avvicinato il coltello alle labbra, mentre il cucchiaio, in caso di cibi liquidi o cremosi, va avvicinato di lato e senza fare rumori. Gli ultimi cucchiai vanno raccolti inclinando un po’ il piatto verso il centro del tavolo (non verso di noi rischiando di versarci addosso il contenuto del piatto!).

La forchetta va tenuta con i rebbi rivolti verso l’alto quando è nella mano destra e verso il basso quando è nella mano sinistra poiché si sta utilizzando il coltello per tagliare. Va portata alla bocca (così come il cucchiaio) evitando di piegarsi verso il piatto.

Il tovagliolo va spiegato e appoggiato sulle gambe, regola valida tanto per gli uomini quanto per le donne. Nell’utilizzo le signore dovranno evitare di lasciare tracce di rossetto pulendo semplicemente gli angoli della bocca. A fine pasto il tovagliolo va appoggiato a sinistra, non piegato, per segnalare che si è terminato il pasto.

Il cibo non
va toccato con le mani. Si fa eccezione per il pane che, una volta spezzato (va
portato in bocca a piccoli pezzi e non preso a morsi), può essere adagiato sul
piattino apposito.

Per il brindisi i calici (o le coppe) vanno innalzati all’altezza del viso e non dovrebbero toccarsi. Da evitare l’espressione “cin cin”. Proporre una dedica a qualcuno o ad un evento speciale è sempre una buona scelta. Prima del brindisi verificare che tutti abbiano in mano il bicchiere e possano partecipare.

I bicchieri vanno riempiti non oltre la metà e i signori verseranno da bere alle signore durante l’intero pasto avendo premura di riempire anche il bicchiere del vicino, nel caso fosse vuoto, prima del proprio. Se non si desidera altro da bere occorre fare un cenno discreto con il capo evitando il gesto di rifiuto eseguito coprendo il bicchiere con la mano o altri gesti plateali e vistosi.

Non allungarsi in modo eccessivo per prendere da bere o prendere del pane. Meglio chiedere ad un compagno di tavola di passarli.

Per
prendere delle pietanze da una portata a centro tavola utilizzare le posate a
disposizione nella portata e non le proprie.

Il
cellulare va tenuto in tasca o in borsa e non va utilizzato durante il pasto in
presenza di altre persone.

Non va
fatta la “scarpetta” con il pane e non bisogna soffiare sul cibo per
raffreddarlo.

Non si parla e non si beve con la bocca ancora piena.

Al termine
di ciascuna portata le posate vanno posizionate parallelamente al piatto per
indicare che non si desidera altro. Viceversa occorre posizionarle con le punte
a contatto a forma di V rovesciata.

Non bisogna portare alla bocca il cucchiaino del caffè (nemmeno con la scusa di ripulirlo e non farlo gocciolare sulla tovaglia!). Quest’ultimo va utilizzato per girare il caffè e va poi posizionato sul piattino.

Ci si alza da tavola soltanto a pasto concluso.

La scelta di uno stile originale

Preparare la tavola è una attività piacevole quando si hanno ospiti. Una bella tavola mostra la nostra creatività e capacità di accogliere i convitati ed è la prima cosa (forse l'unica ad effetto se non siamo molto bravi a cucinare!) che ci consente di raccogliere consensi e qualche complimento.

Ma occorre formalizzarsi. Quindi se vogliamo stupire serve forma e stile. Occorre personalizzare e pensare a come vogliamo che si svolga il banchetto, valutare lo spazio disponibile, la presenza di bambini e i gusti dei nostri ospiti.

Se vogliamo adottare l'eleganza a tutti i costi occorre innanzitutto, sappiatelo, la tovaglia a tinta unita, con toni chiari e zero stampe (magari semplicemente un ricamo) e tovaglioli abbinati.
Per uno stile più moderno si può ricorrere anche all’utilizzo di runner e tovagliette, applicati anch'essi su tovaglie a tinta unita ben abbinate.

Per arricchire la tavola è possibile utilizzare dei sottopiatti, normalmente più ampi di un piatto piano, che rendono visibile un bordo con tinta a stacco rispetto al colore del servizio di piatti. Personalmente amo i sottopiatti in vetro trasparente, lavorato e non. Ritengo forniscano stile senza appesantire la tavola. In un ambiente ciò che è trasparente difficilmente genera ingombro visivo e quindi non risulta sgradevole agli occhi.
Sottopiatti in argento rendono lo stile molto più formale. Sottopiatti in bambù o canapa al contrario rendono tutto più frivolo e informale.

Anche i portatovaglioli (legacci, fermagli, cerchi o altro) sono un elemento decorativo interessante per la tavola e può essere facilmente personalizzato ricorrendo a nastri, spaghi, fettucce ed anche fiori con stelo fino. I portatovaglioli danno alla tavola un aspetto più ordinato e, in assenza di altri dettagli, possono fare la differenza.

E a centrotavola? Se avete spazio via libera a fiori o candele (non profumati) o, in alternativa, frutta fresca di bell'aspetto. Un'unica regola: ridurre al minimo l'ingombro perché i commensali possano sempre guardarsi reciprocamente e dialogare.

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"Se la sai lunga falla breve"

(Raffaele Gaito)

"Tenete gli occhi aperti che certe persone sono più belle dei sogni"

(Anonimo)

"Quando assaggi la vita devi finire il barattolo".

(Anonimo)