Nove mesi mamma

Riccardo ha appena compiuto nove mesi. Vi parlo un po’ di lui.

Domani per me sarà la prima festa della mamma. La vivo pensando che il tempo corre e che Riccardo ha già nove mesi. Da quando potevo tenerlo quasi soltanto con il palmo di una mano sono trascorsi ben 270 giorni.

Oggi è un bambino attivo, tanto attivo.

I primi mesi i nostri pargoli, care madri lo sapete bene, mangiano e dormono e quando stanno ad occhi aperti si limitano a guardarci senza opporre resistenza fisica ad ogni nostro movimento. Possiamo plasmarli come plastilina e muovere loro le braccine per farli ballare a piacimento senza ottenere reazioni che possano mettere a rischio la nostra incolumità e la loro.

Poi succede che arrivano a nove mesi e pretendono addirittura di stare in piedi. Ce li ritroviamo all’improvviso affacciati alla sponda della culla ad implorare la nostra attenzione. Non ci danno il tempo per andare in bagno e osservano ogni nostro movimento per analizzare cosa c’è da imparare o da vedere di nuovo. Hanno un radar acceso h24.

A loro non interessano i giocattoli. Loro sono avanti. Ci vogliono buste di plastica o di carta, mestoli, cucchiai di legno, presine da cucina, bicchieri, nastri, fili, corde, coperchi di ogni tipo. Un tripudio avere a disposizione lo spazzolino per lavare le bottiglie oppure una stampella portaabiti. Gli oggetti del secolo.

Perdono subito interesse per le cose, quindi è bene far sparire qualche oggetto e riproporglielo poi di tanto in tanto. Dare loro in mano una cosa diversa ogni cinque minuti è un buon modo per tenerli a bada e per impazzire in fretta. Negli intermezzi occorre sempre canticchiare loro qualcosa, far partire “Stand by me” su YouTube oppure sculettare. Intrattenimento assicurato.

Poi c’è il box, quello che fa diventare i nostri piccoli dei “signorini degli anelli”. Appendersi ai ganci e fare sperimentazioni di equilibrio dovrebbe diventare sport nazionale. E’ una cosa che piace. Basta non sedersi mai. Il box per sedersi e giocare in tranquillità? Macchè! Solo appendersi, appendersi, appendersi!

Ma c’è lui, quello che ci salva qualche volta: il tappeto. Ci metti sopra i piccoli uomini e, dopo qualche minuto in posizione seduta ad esplorare gli oggetti che abbiamo posizionato a pochi centimetri da loro, cominciano a muoversi come granchi nel tentativo di afferrare tutto ciò che i loro occhi vedono oltre la linea dell’impossibile. Cominciano a girare le piccole ginocchia per tentare, con scarsi risultati, di gattonare. Ed infine implorano il nostro intervento per ottenere quello che vogliono.

Ogni giorno con loro si creano tante piccole storie da raccontare.

Come la storia di quando noi mamme prendiamo un abito dal nostro armadio con la classica asta uncinata e poggiamo i nostri pupi sul lettone durante l’operazione. Se non si sono già lanciati verso il bordocampo, per un rocambolesco tentativo di suicidio, attendono che ci riavviciniamo per andare all’attacco verso il nuovo interessantissimo oggetto. Noi rimaniamo un istante con l’asta in mano, poggiata con la punta sul letto. Ha inizio il tentativo di arrampicata, diamo loro una mano e il tutto culmina in una baby lap dance e in risate a crepapelle.

E la storia del bagnetto dove la mettiamo? Riempiamo la vasca del lavandino nel bagno di servizio e loro scivolano con piacere all’interno. Inizia l’alluvione! Con quelle mani brancolanti prendono a schiaffeggiare l’acqua e a farla schizzare fin sopra i nostri capelli. Anche per noi è un bagno.

Infine i mille deliziosi tentativi di parlare. Migliaia di prove sconnesse fatte di suoni in cui pensiamo di identificare qualche parola di senso. Ma l’unico senso vero è che noi non ci stiamo con la testa. Loro ci rimbabiscono facendo regredire il nostro quoziente intellettivo. Al loro cospetto torniamo alla specie degli australopitechi.

Quante cose belle sei piccolo mio. Sei forse come tanti altri, ma solo tu sei la gioia e l’essenza della mia vita di mamma.

Smile

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